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LETTERATURA E BIODIVERSITA'

Page history last edited by Edward Scissorhands 10 years, 1 month ago

 

Localizzazione

Marina di Pisa (Toscana)

Tipologia di percorso

Pineta

Specie segnalate

Pinus pinea, Spartium junceum, Juniperus communis, Tamarix gallica, Myrtus communis, Rana esculenta (o Pelophylax esculentus), Lyristes plebejus

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 "Descrizione del Percorso" e "Quando?"

DESCRIZIONE DEL PERCORSO

 "Letteratura e Biodiversità" è un viaggio all'interno di una delle pinete più celebri della storia della letteratura, ovvero quella ove è ambientata "La pioggia nel pineto", illustre lirica dannunziana contenuta nell'Alcyone, il terzo libro delle Laudi. E' infatti interessante scoprire come tra le righe di un testo letterario possa manifestarsi una biodiversità che, supportata dall'elemento poetico e dai numerosi artifici retorici di cui fa uso l'autore, prenda quasi vita e si delinei vivida nella nostra immaginazione. Nell'intrico della pineta, sotto la pioggia che avvolge e imbeve ogni erba, ogni pianta, D'Annunzio ed Ermione si tramutano nella sostanza arborea del bosco, diventano tutt'uno con la selva che li circonda; non è una metamorfosi vegetale, come quelle che furono immaginate e descritte dalla mitologia dell'antichità classica, ma un disciogliersi e un fondersi completamente con la natura, perfetta espressione di quella serena e rispettosa convivenza tra uomo, ecumene e ambiente naturale che dovrebbe attuarsi ovunque sulla Terra, e che invece troppo spesso viene dimenticata o volontariamente messa da parte al giorno d'oggi, in nome di un progresso tecnologico che gradualmente e subdolamente sta destabilizzando ogni equilibrio naturale, finché l'uomo stesso ne perderà inevitabilmente il controllo.

Recatomi di recente proprio lì dove il D'Annunzio trovò divina ispirazione per scrivere un capolavoro quale è "La pioggia nel pineto", davvero ho ritrovato tutti gli elementi descritti nella lirica, e sono stato pervaso da una istintiva sensazione di grande piacere, sapendomi immerso in una natura non certo incontaminata ma sicuramente rispettata dall'uomo, priva di rischi di barbaro vandalismo che potrebbero farle perdere quell'ineffabile bellezza che traspare tra i versi dannunziani. E' dunque evidente che il messaggio che ho in mente di proporre in questa ricerca è che scienza e letteratura non si escludono reciprocamente, ma talvolta si intersecano e si intrecciano, in una ritroviamo l'altra e viceversa, e, come appunto nel caso della lirica presa da me in esame, spesso esse si rafforzano vicendevolmente, stabilendo una pacifica nonché "fruttifera e ubertosa" convivenza. 

 

QUANDO?

 La lirica fu composta tra luglio e agosto del 1902, quando D'Annunzio risiedeva in una villetta nei pressi della pineta di Marina di Pisa, in Toscana. Ancor più che oggi -in quanto da allora è trascorso un secolo, e il turismo era sicuramente meno diffuso di oggi- dobbiamo immaginarci un paesaggio dominato dall'elemento naturale, e dobbiamo figurarci il poeta che canta la gloria di un'estate tirrenica passata lungo le spiagge allora deserte della Toscana, tra le foci del Serchio e quelle dell'Arno. Sebbene io mi sia recato alla nobile -letterariamente parlando- pineta in primavera, per maggior coerenza con il periodo dell'anno in cui la descrisse D'Annunzio bisognerebbe recarvisi nella pienezza dell'estate, e in più in un giorno piovoso, in quanto il rumore della pioggia è indubbiamente fondamentale all'interno dell'architettura stilistica e contenutistica della lirica.

GABRIELE D'ANNUNZIO

 

LA PINETA DANNUNZIANA

 

Ora dunque seguitemi in questo viaggio e addentriamoci nella pineta, immaginando di ritrovarci nelle stesse condizioni in cui si trovò l'autore: è estate, e da soli ci immergiamo in questo paesaggio verdeggiante, maestoso e bellissimo. Tutt'attorno regna il silenzio, senonché proprio tale silenzio, come in uno spartito musicale, appare vagamente scandito, o meglio esaltato, dal picchiettio e dal crepitio insistenti provocati dalle gocce di pioggia che cadono dal cielo, e poi dagli accordi delle aeree cicale, e infine dal "canto" delle rane; sebbene ci troviamo in prossimità del Tirreno, D'Annunzio afferma che "Non s'ode voce del mare".

"Taci": così prende avvio il componimento, con un invito del poeta alla sua disincarnata compagna, un invito a tacere, per lasciare spazio al mutevole giuoco dei suoni della natura. E' a questo punto che alla sfera sensoriale dell'udito si affianca quella della vista, per accogliere la meravigliosa flora e la meravigliosa fauna ospitate in questo angolo di universo, piccolo ma quanto mai ricco di biodiversità.

 

 

 

 

TESTO MANOSCRITTO DANNUNZIANO

 

 

 "Descrizione delle specie" 

FLORA

 

 

IL PINO DOMESTICO (PINUS PINEA)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: PLANTAE

DIVISIONE: PINOPHYTA

CLASSE: PINOPSIDA

ORDINE: PINALES

FAMIGLIA: PINACEAE

GENERE E SPECIE: PINUS PINEA

 

 

 

Il tipo di pino che stiamo analizzando appartiene al genere Pinus e alla specie pinea, ma viene comunemente definito “pino domestico”, “pino da pinoli”, “pino a ombrello” o “pino d’Italia”. Tale genere di pino predilige il clima marittimo (la sua zona d’origine è appunto il mar Mediterraneo) e i terreni sabbiosi costieri (specialmente le coste settentrionali), dove forma caratteristiche pinete, come ad esempio sui litorali tirrenico e adriatico. In altezza l'albero può arrivare fino a 25 metri, sebbene generalmente non superi i 20. La piantagione si fa di solito per seme in primavera, procedendo in seguito allo sfollamento delle piantine. La sua espansa chioma, simile ad un ombrello, fa sì che il pino domestico serva bene da frangivento. Il pino da pinoli, purtroppo, è molto danneggiato da un lepidottero, la processionaria (Thaumetopoea pityocampa). Le sue foglie, sempreverdi, sono aghiformi e rigide, lunghe fino a dodici centimetri, organizzate in paia e di colore grigio-verde, sebbene possano tendere a un colore blu-grigio lucente quando si trovano su giovani piante singole. La corteccia ha una tonalità che oscilla tra l’arancione e il marrone, ed è molto fessurata in placche verticali. Per quanto riguarda invece i fiori, quelli maschili sono gialli, mentre quelli femminili sono verdi, e si dispongono su grappoli separati sui rami giovani all’inizio del periodo estivo. I frutti infine sono a pigna quasi tonda, pesanti, lucidi e marroni, lunghi fino a dodici centimetri; al loro interno contengono semi commestibili, ossia i pinoli.

 

"...piove su i pini/ scagliosi ed irti,....", "...E il pino/ ha un suono... stromenti/ diversi/ sotto innumerevoli dita...": così D'Annunzio cita il pino domestico, definendolo "scaglioso" e "irto", "scaglioso" per la ruvida scorza e "irto" per la forma delle foglie. Nella pineta oppressa dalla picchiettante pioggia che cade dall'alto i pini si ergono maestosi, protendendosi e slanciandosi verso il cielo, e ci accolgono e ospitano sotto le loro ampie chiome.

 

 

 

 

LA GINESTRA (SPARTIUM JUNCEUM)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: PLANTAE

DIVISIONE: MAGNOLIOPHYTA

CLASSE: MAGNOLIOPSIDA

ORDINE: FABALES

FAMIGLIA: FABACEAE

TRIBU': GENISTEAE

GENERE E SPECIE: SPARTIUM JUNCEUM

 

 

 

 

Con il termine “ginestra”, che deriva dal latino genestra o genista, si indicano numerose piante della famiglia delle Leguminose Papiglionate, appartenenti a molteplici generi, fra cui Genista, Spartium e Sarothamus. Ora ci occupiamo della pianta del genere Spartium e della specie (unica del genere Spartium) junceum, più comunemente denominata “ginestra”, “ginestra comune”, “ginestra odorosa” o anche “ginestra di Spagna”. Si tratta di una pianta a portamento arbustivo, alta fino a cinque metri, con rami verdi giunchiformi e cilindrici. Le foglie hanno una struttura semplice e sono rade; cadono al principiare del periodo estivo. Per quanto riguarda invece i fiori, essi sono profumati e sono disposti in racemi con una grande corolla di colore giallo-dorato. La ginestra poi dà origine, come suo frutto, a un legume lineare schiacciato, con parecchi semi ovoidei: l'impollinazione è entomogama. I rami di questa pianta contengono in grande quantità fibre che possono essere separate in fiocchi (ginfiocchi) con un processo di macerazione; tali fibre venivano utilizzate in passato come materia tessile dalla quale ottenere manufatti quali sacchi e cordame. È infine opportuno dire che il tipo di ginestra che abbiamo analizzato (Spartium junceum) è diffusa soprattutto nei luoghi aridi nelle zone più calde (con suoli in prevalenza aridi e sabbiosi) d’Italia (fino a 1000 metri d’altitudine), nonché in tutta l’area mediterranea e negli ambienti di gariga. Spesso comunque la ginestra è coltivata a scopo unicamente ornamentale nei giardini.

 

"...Piove...su le ginestre fulgenti/ di fiori accolti,...", "...e il tuo volto ebro/ è molle di pioggia/ come una foglia,/ e le tue chiome/ auliscono come/ le chiare ginestre,/ o creatura terrestre/ che hai nome/ Ermione...": in questi due estratti della lirica D'Annunzio cita appunto le ginestre, definendole prima "fulgenti di fiori accolti", e in seguito, mentre instaura ed elabora un paragone tra esse e le chiome della sua compagna Ermione, "chiare". Il primo epiteto si riferisce al fatto che ora, nel pieno rigoglio dell'estate, le ginestre sono risplendenti di fiori fitti, aggruppati, mentre il secondo ribadisce ancora quell'ambito, quella sfera di "lucentezza" nella quale appunto il poeta inserisce questa pianta.

 

 

 

 

IL GINEPRO (JUNIPERUS COMMUNIS)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: PLANTAE

SOTTOREGNO: TRACHEOBIONTA

SUPERDIVISIONE: SPERMATOPHYTA

DIVISIONE: PINOPHYTA

CLASSE: PINOPSIDA

ORDINE: PINALES

FAMIGLIA: CUPRESSACEAE

GENERE E SPECIE: JUNIPERUS COMMUNIS

 

 


 

 

 

Il ginepro di cui ci occupiamo ora è il cosiddetto “ginepro comune” (Juniperus communis), appartenente alla famiglia delle Cupressaceae. È un alberello o arbusto caratterizzato da una forma a cono stretto, e ha un’altezza che può raggiungere i sei metri, nonostante generalmente si appresti tra 1 e 3 metri. Le foglie, sempreverdi, sono aghiformi e sottili, lunghe fino a 1,2 cm, disposte, in numero di tre, in verticilli; di forma appuntita, hanno un colore verde molto lucente, corredato da un’ampia striscia bianca rintracciabile sulla pagina superiore. La corteccia invece ha un colore rosso tendente al bruno, e si sfalda nettamente in sottili strisce verticali. Per quanto concerne poi i fiori, quelli maschili sono gialli, mentre quelli femminili sono piccoli e verdi, organizzati in piccoli grappoli ubicati all’ascella delle foglie, e sono portati su piante separate in primavera. I frutti poi sono a forma di cono, quasi sferici, simili a delle bacche, con una lunghezza che raggiunge i sei millimetri: essi sono verdi da giovani, poi divengono glauchi e quindi, a piena maturità, neri lucenti. Il Juniperus communis si trova soprattutto nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale del globo terrestre (lo si trova in Asia, America settentrionale, Africa settentrionale ed Europa), e in particolare in aree aperte, dalle rocce costiere fino alle alte montagne (raggiunge 1500 metri d'altitudine). È infine importante notare che la specie può assumere l'aspetto prostrato e strisciante tipico di un arbusto fitto, o ancora l'aspetto di un albero, motivo per il quale all'inizio ho definito il ginepro "alberello o arbusto".

 

"...Piove...su i ginepri folti/ di coccole aulenti,...", "...E il pino/ ha un suono...e il ginepro/ altro ancora, stromenti/ diversi/ sotto innumerevoli dita.": i ginepri dannunziani sono "folti di coccole aulenti", ovvero odoranti, profumati: il ginepro difatti è caratterizzato da un odore forte e selvatico, e i suoi frutti sono a forma di pallottola (coccola). Nel secondo estratto possiamo poi comprendere un concetto fondamentale, ben espresso dal nostro D'Annunzio, assurto qui a cantore delle meraviglie della natura: è proprio grazie alla biodiversità, per la quale ogni pianta ha le sue peculiari caratteristiche, che le innumerevoli gocce di pioggia, assimilate a dita umane, cadendo su fiori e foglie diversi, sfruttano questi bio-diversi strumenti per comporre una melodiosa sinfonia, di cui il poeta e la sua disincarnata amante si inebriano.

 

 

 

LA TAMERICE (TAMARIX GALLICA)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: PLANTAE

DIVISIONE: MAGNOLIOPHYTA

CLASSE: MAGNOLIOPSIDA

ORDINE: CARYOPHYLLALES

FAMIGLIA: TAMARICACEAE

GENERE E SPECIE: TAMARIX GALLICA

 

 

 

La tamerice (o “tamarice”; o anche “tamarisco” o “tamerisco”, termine formatosi probabilmente per l’incrocio dei vocaboli latini “tamarix”, ossia “tamerice”, e “lentiscus”, ossia “lentisco”; il nome "tamarix" probabilmente deriva dal nome del fiume francese Tamaris, che è ubicato nei pressi dei Pirenei) è una pianta della famiglia Tamaricacee, che comprende circa sessanta specie diffuse dal Mediterraneo fino all’India e al Giappone. Si tratta di alberi o arbusti sempreverdi o a foglie decidue, con rami e rametti sottili, rivestiti di piccole foglie squamiformi, e corredati da inflorescenze piumose di piccoli fiori rosei disposti in spighe sottili. I frutti invece constano generalmente di piccole capsule a forma triangolare. Le tamerici vivono spesso in terreni aridi, e molte sono caratteristiche delle steppe salate e delle regioni subdesertiche dell’Africa e dell’Asia. Tra le molteplici specie di tamerici sicuramente rilevanti e degne di nota sono tre: la Tamarix gallica, quella che ritroviamo nella nostra pineta nei pressi di Marina di Pisa, la Tamarix africana (volgarmente denominata tamerice maggiore), e la Tamarix mannifera. Le prime due sono molto comuni nel mar Mediterraneo, e abbastanza frequenti in Italia lungo le aree costiere; talvolta sono anche coltivate a scopo ornamentale. La Tamarix mannifera invece, sebbene non appartenga all’ambiente di cui ci stiamo occupando ora in quanto è tipica del continente asiatico, senz’ombra di dubbio è la più particolare delle 60 specie delle tamerici: essa infatti, in seguito alla puntura di un insetto, secerne una manna zuccherina, il che le ha poi conferito l’appellativo di “mannifera”. Infine è interessante notare come altre specie di tamerici forniscano cortecce e galle (per esempio la Tamarix articulata) che sono utilizzate nella concia e anche come astringenti.

 

"Piove su le tamerici/ salmastre ed arse,...": celeberrimi nella storia della letteratura, questi due versi descrivono le tamerici come "salmastre" ed "arse": "salmastre" poiché, trovandosi vicino al mare, sono imbevute di salsedine, e "arse" perché inaridite dal sale e dalla canicola. Come vedremo più avanti nella zona riservata alle "Curiosità", le tamerici, un arbusto tanto semplice e modesto, hanno in realtà una secolare tradizione letteraria.

 

 

IL MIRTO (MYRTUS COMMUNIS)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: PLANTAE

DIVISIONE: MAGNOLIOPHYTA

CLASSE: MAGNOLIOPSIDA

ORDINE: MYRTALES

FAMIGLIA: MYRTACEAE

GENERE E SPECIE: MYRTUS COMMUNIS

 

 

 

 

Con questo nome si indica la pianta del Myrtus communis, nota anche col nome di “mortella” (che però in talune regioni d’Italia si confonde con il bosso, al quale il mirto somiglia per alcune caratteristiche). Il mirto è un arbusto (taluni lo definiscono un piccolo alberello) sempreverde della famiglia Myrtacee, diffuso molto nell’ambiente della macchia mediterranea, e in particolare nei luoghi non tanto aridi. Per quanto riguarda le sue dimensioni, il mirto è alto dai 2 ai 3 metri, con foglie opposte, ovate, quasi sessili, e fiori solitari e ascellari a petali bianchi, assai profumati; i fiori inoltre hanno una simmetria raggiata, e fioriscono tra maggio e luglio, ossia tra la tarda primavera e gli albori del periodo estivo. Si trovano poi numerosi frutti, che sono bacche globoso-ovoidali a contorno vario (i più comuni sono il contorno ovato e quello obovato), grosse come un pisello e di colore bianco -con molteplici seni reniformi-, o, in un’altra varietà di cui ora non ci occupiamo, blu-nerastro. Il mirto è di norma coltivato nei giardini delle regioni temperato-calde, in numerose varietà distinte per la forma delle foglie e per altri caratteri; una di questa è la varietà definita “tarentina”, in quanto originaria dell’Italia meridionale, e la quale presenta rami eretti con foglie più piccole, molto ravvicinate. 

 

"...piove su i mirti/ divini...", "...E il pino/ ha un suono, e il mirto/ altro suono...stromenti/ diversi/ sotto innumerevoli dita": questi sono i versi ove il D'Annunzio cita il mirto comune, trascegliendo in suo onore l'epiteto di "divino": non bisogna stupirsi, in quanto, come meglio vedremo nel reparto deputato alle curiosità, il mirto era sacro alla dea Venere, la greca Afrodite. Purtuttavia alcuni studiosi avanzano per questo "divino" una seconda ipotesi: secondo loro questo epiteto sarebbe dovuto in gran parte a un'attrazione musicale, per un eco del verso dodicesimo, "piove su i pini", in quanto "pini" e "divini" farebbero rima. 

 

 

 

 

 

FAUNA

 

 

 

LA RANA (RANA ESCULENTA O PELOPHYLAX ESCULENTUS)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: ANIMALIA

SOTTOREGNO: EUMETAZOA

SUPERPHYLUM: DEUTEROSTOMIA

PHYLUM: CHORDATA

SUBPHYLUM: VERTEBRATA

SUPERCLASSE: TETRAPODA

CLASSE: AMPHIBIA

SOTTOCLASSE: LISSAMPHIBIA

ORDINE: ANURA

FAMIGLIA: RANIDAE

GENERE E SPECIE: RANA ESCULENTA O PELOPHYLAX ESCULENTUS

 

 

 

Con il termine “rana” si indicano le varie specie del genere di Anfibi Anuri della famiglia dei Ranidi. La rana è presente quasi dappertutto, con oltre duecento specie, molto simili fra di loro e pertanto non sempre facili da distinguere e riconoscere. In Italia in particolare si possono ritrovare sette di queste specie: tra di esse, quattro sono note come “rane rosse”, per il predominante colore rossastro, e cioè la “rana rossa” propriamente detta (Rana temporaria), la “rana greca” (Rana graeca), la “rana dalmatina” o “rana agile” (Rana dalmatina) e la “rana toro” (Rana catesbeiana, che trae le sue origini nell’America Settentrionale e solo di recente è stata introdotta nel nostro paese); le altre tre specie, note come “rane verdi” o “rane comuni”, sono la “rana dei fossi” (Rana lessonae), la “rana verde maggiore” (Rana ridibunda) e la “rana verde minore” (Rana esculenta, originatasi per un processo di ibridogenesi delle prime due). Le rane che osserviamo e analizziamo nel nostro percorso sono appunto “rane comuni”, ossia rane di colore verde, quelle definite “minori”. La rana verde minore è una rana acquatica che  presenta un colore verde sul dorso, che può essere giallastro, olivastro o grigio-nerastro, ora uniforme, ora caratterizzato macchie e strie sparse; inoltre vi sono macchie biancastre sulla zona ventrale. Il suo muso ha una caratteristica forma a punta, e le zampe sono ampiamente palmate. Per quanto riguarda invece le sue dimensioni, questo tipo di rana è lungo da 8 a 12 cm. Il suo habitat naturale è l’acqua, stagnante o corrente. Di notte si porta sulla terraferma alla ricerca di cibo, che consta principalmente di insetti, chiocciole, girini e persino rane più piccole. In fine l’epoca della sua riproduzione va da aprile a maggio, e la durata dello sviluppo embrionale o postembrionale è di circa 4 mesi.

 

"...Ascolta./ La figlia dell'aria/ è muta; ma la figlia/ del limo lontana,/ la rana,/ canta nell'ombra più fonda,/ chi sa dove, chi sa dove!...": questa è la sequenza di versi in cui il poeta cita la rana, definita "la figlia del limo", per l'ambiente in cui solitamente vive. Quel "chi sa dove, chi sa dove!" è il verso più rapito e musicale dell'intera lirica: esso evoca il canto della rana, e ad un tempo la sua lontananza favolosa, quell'impressione di oblio totale, di smemorato trasumanarsi.

 

 

 

LA CICALA (LYRISTES PLEBEJUS)

 

DOMINIO: EUKARYOTA

REGNO: ANIMALIA

SOTTOREGNO: EUMETAZOA

RAMO: BILATERIA

PHYLUM: ARTHROPODA

SUBPHYLUM: HEXAPODA

CLASSE: INSECTA

SOTTOCLASSE: PTERYGOTA

COORTE: EXOPTERYGOTA

SUBCOORTE: NEOPTERA

SUPERORDINE: PARANEOPTERA

SEZIONE: RHYNCHOTOIDEA

ORDINE: RHYNCHOTA

SOTTORDINE: HOMOPTERA

SEZIONE: AUCHENORRHYNCHA

INFRAORDINE: CICADOMORPHA

FAMIGLIA: CICADIDAE

GENERE E SPECIE: LYRISTES PLEBEJUS

 

 

 

 

 

La cicala (dal latino “cicada”) è un insetto della famiglia Cicadidi (Cicadidae), chiamato nella nomenclatura binomiale Lyristes plebejus (sinonimi di Lyristes possono essere Cicada o anche Tibicina). La famiglia dei Cicadidi, tipica delle regioni clade, è una famiglia d’Insetti Emitteri del sottordine degli Omotteri. La cicala è un insetto lungo dai 30 ai 35 millimetri, che depone le uova negli steli delle piante erbacee. Da tali uova schiudono poi in settembre le ninfe, che si affondano nel terreno: le ninfe vivono sotterra, dove si nutrono succhiando la linfa delle radici delle piante. Raggiunta, dopo tre o quattro anni, la maturità, l’insetto perfetto che ne sfarfalla inizia la sua vita all’aperto. Il maschio emette, nelle ore calde dei mesi estivi, lo stridio che lo caratterizza: esso è infatti provvisto di un organo stridulatore, costituito da due grandi cavità ventrali, alla base dell’addome, e in ciascuna delle quali è tesa una membrana sonora (denominata “timpano” o “timballo”) che vibra sotto l’influenza della contrazione di muscoli speciali deputati proprio a questa funzione.

 

"...Ascolta. Risponde/ al pianto il canto/ delle cicale/ che il pianto australe/ non impaura,/ né il ciel cinerino...", "...Ascolta, ascolta. L'accordo/ delle aeree cicale/ a poco a poco/ più sordo/ si fa sotto il pianto/ che cresce...": in questi estratti D'Annunzio menziona esplicitamente le cicale, sebbene vi siano altri versi nella lirica dove le cita indirettamente. Le cicale vengono definite "aeree", quindi figlie dell'aria, e questo aggettivo concorre a creare quell'impressione di lontananza, di indeterminatezza, di cui è permeato l'intero componimento, e rende immateriale ogni aspetto del pineto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "Curiosità"

 

 

 

LA TAMERICE

Le tamerici, come ho già detto nella sezione dedicata alla descrizione delle specie, hanno una secolare, millenaria tradizione letteraria, e sono state citate nel corso del tempo da numerosissimi autori. Primo fra tutti Virgilio, che la utilizza con l'intento di indicare il carattere delle sue poesie bucoliche: "non omnis arbusta iuvant humilesuqe myricae", ossia "non a tutti piacciono gli arboscelli e le umili tamerici" ("humilis" letteralmente significa "basso", "vicino a terra", in quanto deriva da "humus"). Questa è una dichiarazione di poetica da parte del poeta latino, che nel proemio della sua IV bucolica afferma di non voler cantare una poesia aulica, erudita, ma di voler cantare ed esaltare qualcosa di piccolo, semplice, umile. Il celeberrimo verso virgiliano è poi ripreso quasi due millenni più tardi da Giovanni Pascoli, che intitola una sua raccolta di poesie proprio Myricae.

La tamerice è poi citata da Eugenio Montale nella lirica "Fine dell'infanzia", contenuta nella raccolta "Ossi di seppia": "non erano che poche case/ di annosi mattoni, scarlatte,/ e scarse capellature di tamerici pallide...". 

 

IL MIRTO

 Le foglie del mirto sono usate per la concia delle pelli e, in medicina, per la cura di varie affezioni, come ad esempio quelle dei bronchi e delle vie urinarie, anche se tali foglie vengono sfruttate specialmente per ricavarne un olio essenziale che è impiegato in profumeria. L’acque distillata delle foglie, molto aromatiche, è invece detta “acqua angelica” o “acqua di mirto”, ed è utilizzata come astringente.

L’olio essenziale di mirto è un liquido giallo, leggero, di odore aromatico e piacevole, tipico delle foglie del mirto (Myrtus communis), dalle quali è possibile estrarlo per un processo di distillazione. Questo olio essenziale contiene come componenti principali mirtenolo, cineolo, borneolo, pinene e dipentene. L’olio essenziale di mirto è inoltre impiegato in medicina come balsamico, sedativo e antisettico, e in profumeria per preparare fissativi e come sostanza odorosa.

 

Per quanto riguarda la letteratura, il mirto viene citato già nella Bibbia e nei due poemi omerici. Il mirto fu nell’antichità classica la pianta sacra a Venere (la greca Afrodite, ossia la dea dell’amore) per eccellenza, in quanto la dea, dopo che Paride la decretò come la più bella tra le dee immortali, si cinse la testa proprio di rametti intrecciati di mirto. Il mirto è sempre stato considerato pertanto simbolo dell’amore e della poesia amorosa, per cui anticamente era usanza cingere di corone di mirto il capo dei partecipanti ai conviti e dei poeti, in particolare ovviamente quelli amorosi. Nella letteratura è sempre rimasto emblema della gloria poetica e della poesia in generale (“Tanto fu dolce mio vocale spirto, Che, tolosano, a sé mi trasse Roma, Dove mertai le tempie ornar di mirto”, Dante), talora anche dell’amore (“Desiosa di lauro e non di mirto”, Monti: si parafrasa con “desiderosa di gloria guerresca e non d’amore”), e talvolta indica proprio non solo il sentimento d’amore, ma anche l’ispirazione amorosa della poesia (“secco è il mirto”, Foscolo).

 

Per quanto concerne invece la cucina, nel basso medioevo, quando le foglie di questa pianta venivano bollite per ottenere degli infusi, qualcuno sperimentò, forse casualmente, l’infusione idroalcolica, procurandosi così l’antenato di quello che oggi è il liquore di mirto.

Il mirto, sulle sponde del mar Mediterraneo, viene inoltre utilizzato spesso come spezia in cucina per insaporire carni al forno, cacciagione, patate. In Sardegna per esempio viene impiegato per impreziosire con il suo tocco di sapore l’arrosto del “porcetto sardo”.

 

LA CICALA

Anche la cicala, tra mito è letteratura, ha goduto di grande fama nel corso dei secoli. Secondo gli antichi Greci infatti le cicale erano state generate dalla Terra o, se vogliamo seguire altre versioni del mito, da Titone e Aurora. Gli Ateniesi in particolare le veneravano e onoravano: il commediografo Aristofane ricorda per esempio le cicale d'oro, monile per la capigliatura degli Ateniesi nobili in età arcaica, e nella celebrazione del rito dei Misteri Eleusini in onore della dea Demetra era usanza portare tra i capelli una fibula a guisa di cicala, così come durante la celebrazione dei misteri di Era nella città di Samos.

Per Platone le cicale erano invece gli antichi artisti, in particolare nel settore musicale e dell'eloquenza, che hanno smesso di mangiare e accoppiarsi per amore della propria disciplina, della propria arte.

Secondo Orapollo (scrittore egiziano nato a Nilopoli) la cicala era l'emblema dell'iniziazione ai misteri, in quanto essa anziché cantare con la bocca, come fanno tutti, emette suoni dalla coda.

La cicala simboleggiava anche la purezza: seguendo un'errata credenza ricordata nei suoi scritti da Plinio il Vecchio si pensava che le cicale si nutrissero di sola rugiada, e ciò faceva sì che il loro corpo non avesse sangue ed esse non dovessero espellere escrementi: da questo fatto ebbe poi ovviamente origine l'idea della purezza.

Il fatto poi che la cicala viva per una sola estate ma le sue larve rinascano in quella seguente direttamente dal suolo ne ha fatto il simbolo di una resurrezione a nuova vita dopo la morte anche presso i Cinesi.

Tra i poeti d'età moderna e contemporanea, Giosuè Carducci ha lodato questi insetti ne "Le risorse di San Miniato" e scherzosamente rimprovera Virgilio e Ludovico Ariosto per averle definite querule e noiose.

Ma la cicala ha anche una fama negativa, legata alla credenza che essa viva "alla giornata" cantando spensieratamente e senza preoccuparsi del domani, assurgendo così a emblema dell'imprevidenza. Esopo, nella favola "La cicala e la formica", racconta che la cicala si fosse dilettata amenamente tutta l'estate a cantare senza provvedere ad immagazzinare cibo per l'inverno. Arrivata la cattiva stagione, fredda ed inclemente, essa si rivolse alla previdente formica, chiedendole aiuto e sostegno, e questa le chiese in risposta che cosa avesse fatto tutta l'estate per trovarsi in tali condizioni, al che la cicala rispose di aver sempre cantato e la formica replicò: «Allora adesso balla!».

 

LA GINESTRA

La ginestra è un'altra di quelle piante che spesso ritroviamo nel mondo della cultura. In primis "La ginestra" (oppure "Il fiore del deserto) è il titolo di una famosa poesia di Giacomo Leopardi, composta nel 1836 a Torre del Greco, nei pressi della città di Napoli, e divulgata al grande pubblico per la prima volta nell’edizione postuma dei Canti, nel 1845. Sulle falde riarse e deserte del monte (e vulcano) del Vesuvio solo una pianta riesce a vivere, la ginestra, flessibile e tenace: essa è dunque l'emblema dell'uomo che sa accettare, tollerare, talvolta patire la verità sulle proprie condizioni e, in seguito, sulla base di questa verità, può erigere, elevare la propria dignità.

L'Ulex aeuropeus, definito anche "Ginestrone", è uno dei 38 fiori di Bach: da esso infatti si ottiene l'essenza della floriterapia denominata Gorse, quella che tenta di curare la rassegnazione. (Si chiamano "fiori di Bach" oppure "rimedi floreali di Bach" una tipo di cura alternativa basata sulla floriterapia (che letteralmente significa "terapia con i fiori"), ideata e sperimentata dal medico britannico Edward Bach.        

La ginestra infine, nei dialetti e nel linguaggio del popolo, viene definita anche "frusta di Cristo", per la forma caratteristica dei suoi rami. 

 

IL GINEPRO

Le bacche del ginepro, sfruttate anche come aroma in cucina (in particolare per i piatti di selvaggina e per i crauti), conferiscono al gin il suo gusto peculiare, nonostante esso venga impiegato anche per la produzione della grappa di ginepro, della gineprata e del Kranewitter (tradizionale altoatesino). Dalle bacche di questa pianta si estrae poi tramite un procedimento di distillazione un olio essenziale denominato "essenza di ginepro". Ciò che rimane della distillazione, trattato con acqua e concentrato sotto vuoto, dà origine ad un liquido di carattere sciropposo chiamato "estratto di ginepro".

 

LA RANA

Interessante è la figura della rana nella "Batracomiomachia", ossia il poemetto scritto in età ellenistica (un rifacimento parodistico dell'Iliade) che tratta di una lotta tra il popolo dei Topi e il popolo delle Rane, lotta che riprende lo scontro tra Greci e Troiani narrato nell'archetipico (già allora assurto a modello) poema omerico: la rana Gonfiagote reca involontariamente un oltraggio al topo Rubabriciole, e questo scatena il conflitto tra le due nazioni, conflitto che si concluderà con l'intervento finale dei terribili Granchi, giunti in soccorso delle stesse Rane ormai quasi sonfitte. 

E infine, per concludere in bellezza, come non citare l'illustre favola di Fedro sulla rana e sul bue, che ha accompagnato tutti noi nelle nostre letture d'infanzia? Chi, pur sapendo di non possederne le capacità, vuole imitare chi è superiore e più potente, finisce inevitabilmente male. Una rana vide una volta un bue che stava pascolando, e, presa da invidia per l'eccessiva grandezza di quell'animale, gonfiò la sua pelle rugosa: poi domandò alla sua prole se fosse più grossa del bue, e i figli diedero una risposta negativa. Allora la rana tese di nuovo la pelle, con sforzo maggiore, e nello stesso modo chiese di nuovo chi tra i due fosse più grosso. Al che i figli replicarono come avevano fatto la prima volta. Alla fine, esasperata ed esausta, mentre cercava di gonfiare ancora di più il suo corpo, la rana scoppiò e morì.

 

 

 

         

         

 

 

 

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